Tirare uno schiaffo a un figlio per educare è lecito?

 

Quando scatta il reato di abuso dei mezzi di correzione ed educazione da parte del genitore nei confronti del bambino minore.
Come i costumi sociali, anche il rispetto della legalità da parte del popolo si muove e si modifica negli anni; sicché condotte tradizionalmente ritenute lecite, d’un tratto non appaiono più tali. Un esempio è l’uccisione di animali che, diverse decine di anni fa, avveniva con estrema disinvoltura e senza che ciò procurasse indignazione sociale. Un altro esempio è il mutato rapporto tra genitori e figli: la cultura patriarcale, radicata nei costumi sociali, consentiva ai genitori – e, in particolar modo, al padre – comportamenti educativi discutibili. Il tutto in un clima di forma e ossequio. Oggi invece non è più così e l’uso di una cinta o di una verga può comportare gravi problemi con la giustizia. Definire il confine tra legale è illegale è quanto mai d’obbligo: oggi tirare uno schiaffo a un figlio per educare è lecito? Fino a dove si può spingere un genitore nel correggere i propri bambini?  
Il codice penale [1] prevede il reato di abuso dei mezzi di correzione proprio per sanzionare la condotta del genitore che tira uno schiaffo a un figlio per educarlo ma gli fa tanto male da procurargli una lesione. In tal caso la pena è la reclusione fino a sei mesi. Lo stesso discorso si può estendere dai genitori ai maestri di scuola e ai nonni, agli zii e agli altri parenti che hanno la custodia del minore o sono delegati alla loro educazione.
Secondo la Cassazione [2], per stabilire quando è lecito tirare uno schiaffo a un figlio non bisogna avere riguardo all’intento perseguito dal genitore, ma all’entità della lesione provocata. In altre parole, anche se scopo del padre o della madre è quello di impartire una rigorosa educazione e punire il figlio per un comportamento irrispettoso, illecito o maleducato, il reato può scattare ugualmente se vengono prodotte lesioni. È dunque da escludere che il genitore possa utilizzare violenza nei confronti del minore, sia pure a scopo educativo.
Inoltre il reato scatta anche per un solo schiaffo. Non è necessario che il gesto venga ripetuto e che la condotta sia abituale. Un singolo episodio può essere sufficiente per aprire un procedimento penale [3]. Se invece la condotta viene ripetuta si rientra nel reato di maltrattamenti in famiglia [4].
Se il genitore esagera con la violenza fisica nell’educazione dei figli, corre il rischio non solo di commettere il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, ma anche il più grave delitto di lesioni personali. Il primo reato si configura quando c’è uno utilizzo sproporzionato di un mezzo correttivo, in un contesto sempre educativo; il secondo quando la modalità violenta annulla la finalità educativa [5].
In sintesi, uno schiaffo a un figlio, senza capacità di ferire ma assestato al solo scopo di educare il bambino, non costituisce reato. Il genitore, invece, rischia il penale tutte le volte in cui lo schiaffo è vibrato con violenza tale da cagionare un danno fisico.
Non c’è bisogno dello schiaffo per arrivare al penale. Anche le violenze morali possono far scattare il penale. Si pensi al genitore che umilia, svaluta, denigra o violenta psicologicamente il proprio figlio, causandogli pericoli per la salute, anche se è compiuto con soggettiva intenzione educativa o di disciplina [6].
Si segnala comunque una interessante sentenza della Cassazione [7] secondo cui non sono vietati gli atti di pressione morale che siano adeguati e «proporzionati» allo scopo di proibire comportamenti di indisciplina gratuita o insolente o anche quelli di coercizione fisica «impeditivi» di condotte violente da parte del discente. Invece integra il reato di abuso dei mezzi di correzione il comportamento, vuoi di natura fisica, psicologica o morale, che abbia come effetto l’umiliazione del soggetto passivo, posto che l’intento educativo va esercitato in coerenza con una evoluzione non traumatica della personalità del minore.
note
[1] Art. 571 cod. pen
[2] Cass. sent. n. 25790/2014.
[3] Cass. sent. n. 2100/09. In senso conforme, Cass. sent. n. 100622/65, secondo la quale l’abuso di mezzi di correzione può commettersi trasmodando nell’impiego di un mezzo lecito, sotto gli aspetti sia della forza fisica esercitata in un singolo gesto punitivo, che della reiterazione del gesto stesso. Perciò anche uno schiaffo, quando sia vibrato con tale violenza da cagionare pericolo di malattia, è sufficiente a far avverare l’ipotesi criminosa prevista dall’art. 571, comma 1, c.p.; e, se da esso deriva una lesione personale o la morte, si applicano le pene stabilite rispettivamente dalla prima e dalla seconda parte del secondo comma dello stesso articolo.
In merito alla distinzione del reato in esame rispetto a quello previsto dall’art. 572 c.p., si segnala Cass. sent. del 25.09.1995 la quale afferma che l’esercizio della funzione correttiva con modalità afflittive e deprimenti della personalità, nella molteplicità delle sue dimensioni, contrasta con la pratica pedagogica e con la finalità di promozione dell’uomo ad un grado di maturità tale da renderlo capace di integrale e libera espressione delle sue attitudini, inclinazioni ed aspirazioni. Pertanto quando un siffatto esercizio, nel contesto della famiglia ovvero di rapporti di autorità o di dipendenza, si ripeta con abituale frequenza nei confronti dello stesso soggetto, l’intento correttivo resta escluso e si versa nell’ipotesi criminosa dell’art. 572 c.p., dei maltrattamenti in famiglia avverso fanciulli.
[4] Trib. Milano, sent. n. 13030/16
[5] Trib. Trento, sent. n. 174/17 del 18.04.2017.
[6] Cass. sent. n. 34492/2012.
[7] Cass. sent. n. 15149/2014.


( vedi  Sentenza Trib Trento n. 174/17 del 18.04.2017 su Sentenze )
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